Capitolo XIX (19) Flash-back che ricostruisce la vita dell'Innominato Fin da piccolo ha sempre assistito a soprusi di vario tipo e crescendo, per non cadere vittima di questi, ha ben pensato di esserne il fautore. Così facendo, tra un crimine e l'altro, finisce per mettersi contro la legge. Per punizione per le sue braverie viene esiliato ma, in seguito, torna nel suo palazzo sul confine tra Bergamo e Milano. A differenza degli altri Tiranni che "governano" le zone di quel tempo, l'Innominato è una figura assai affascinante. Il suo fascino non è la semplice paura che pervade gli animi dei più pii di fronte ai potenti, ma in egli è evidente il potere di un'autorità superiore. I crimini di cui si rende colpevole non sono le solite braverie comuni ma egli si sporca le mani solo in affari più grossi. Inoltre, più volte gli è capitato di aiutare un bisognoso che aveva subito un sopruso da qualcuno più potente di lui. Quindi, la sua fama non si limitava solo alla zona in cui agiva ma egli era conosciuto in tutto il territorio milanese e tutti i tiranni dovevano scegliere se essere suoi amici o suoi nemici. Dalle varie fonti storiche, il Manzoni, ci fa sapere che ognuno di coloro che abitavano il palazzo era un poco di buono, un avanzo di galera o comunque qualcuno che almeno in un'occasione si fosse sporcato le mani. Dunque tutti lo temevano e i gran signorotti si rivolgevano spesso a lui per ricevere favori. Don Rodrigo fa parte di questi signorotti. Dato il suo ardente desiderio di possedere Lucia, richiede l'aiuto dell'Innominato con il quale mantiene un buon rapporto di amicizia che però si cura bene di tenere segreto per evitare problemi con la legge. Dopotutto, le legge, era un'arma che gli era facile da gestire e non gli conveniva averla contro. Capitolo XX (20) La dimora dell'Innominato Il palazzo dell'Innominato, come lo studio per l'Azzeccagarbugli o il castello per Don Rodrigo, è rappresentazione fisica della condizione del personaggio che vi abita. Infatti il castello, che somiglia di più a una fortezza, sorge su un'altura sperduta in una valle disabitata. Sulla cima della scogliera, sorge questo palazzo che per via della sua posizione ha un grande valore strategico. E' infatti impossibile riuscire a raggiungere l'abitazione dell'Innominato senza essere visti. Inoltre la sua posizione isolata rispecchia la solitudine interiore dell'innominato. L'Autore paragona il palazzo al nido di un'aquila; da lì infatti è possibile scrutare e tenere sotto d'occhio tutto il territorio e agire in men che non si dica in caso di necessità. L'unica strada che permette di raggiungere il palazzo è un sentiero irto e tortuoso che implica il passaggio da un'osteria, la Malanotte che in realtà è una specie di posto di blocco presieduto dai bravi. Descrizione fisica L'Innominato è un uomo anziano che,a causa del colore dei capelli e la poca quantità di questi , le rughe sul viso e il portamento, può essere considerato sessantenne. Tuttavia nei modi di fare, di agire e di pensare dimostra una grande attività e determinazione che talvolta sono difficili da trovare persino nei giovani. Crisi interiore dell'Innominato Quando Don Rodrigo propone all'Innominato di rapire Lucia, egli subito si mostra consensiente. Tuttavia, dopo la partenza di questo, comincia ad avere alcuni ripensamenti. Questo suo modo di vivere che l'aveva sempre caratterizzato stava cominciando a stancarlo. Quando era giovane si comportava impulsivamente e viveva alla giornata, essendo sicuro di avere ancora tanto tempo avanti; ora che era vecchio e vedeva incombere su di sè il peso della morte stava cominciando a considerare l'idea di cambiare vita e sperare in una sorta di perdono da parte di Dio. Dio del quale non si era mai preoccupato di sconfessare l'esistenza, nè di proclamarla. Preferiva vivere come se non esistesse ma le storie che udiva su di lui stavano cominciando a fargli germogliare in testa il pensiero di una vita migliore. Per sfuggire a questo genere di meditazioni, cominciò a dare ordini ai suoi sottoposti e a sentirsi così di nuovo superiore. L'inquieta attesa dell'Innominato Nel vedere la carrozza che si avvicina alla Malanotte, l'Innominato è tentato di sbarazzarsi rapidamente di Lucia e di farla condurre direttamente da don Rodrigo. Ma un no imperioso della sua coscienza gli consiglia di tenere ancora la fanciulla presso di sé. Il nobile manda dunque a chiamare una vecchia serva e le ordina di raggiungere la carrozza e di fare coraggio a Lucia. Capitolo XXI (21) La notte dell'innominato Dopo che Lucia si trovò nella bussola con la vecchia, l'innominato decise di andare a vederla. Il Nibbio gli aveva parlato di una donna che era riuscita a smuovere il sentimento della compassione persino in lui. Quando la vide, la prima cosa che provò fu pietà. Cercò di rasserenarla, le parlò bene, con parole di riguardo che fecero un po' ingelosire la vecchia. Lucia, di canto suo, pregava e supplicava l'uomo di liberarla. Gli parlava di Dio, di come un'opera di misericordia possa cancellare una vita di peccati, della vita dopo la morte. Quando l'innominato si diresse verso la sua camera, non riusciva a prendere sonno. Pensava a Lucia, il suo parlare l'aveva turbato. Non sapeva più come comportarsi. Da una parte c'era la parola data a Don Rodrigo, dall'altra la sua coscienza gli impediva di adempire ad un tale compito. In cuor suo sapeva che Lucia non gli aveva fatto alcun torto, era solo una povera donna. Altre volte gli era capitato di avere a che fare con gente del genere ma questa volta era diverso. Lucia gli aveva parlato intensamente di Dio, della vita dopo la morte. Così intensametne da spingerlo a pensare che forse tutte quelle cose che dicevano i preti erano vere. Poi, il pensare a tutte le braverie che aveva compiuto negli anni precendenti, lo portava ad avere sdegno di sè stesso e la prospettiva di una vita migliore lo intrigava non poco. In preda a questa crisi di indentità, l'innominato afferra una pistola e la punta alla testa. Sta per premere il grilletto ma poi, immaginandosi la scena del giorno dopo, cambia idea. Dopo un lungo rimurginare, alla fine si convince di ciò che è giusto fare; il mattino seguente avrebbe liberato Lucia. Capitolo XXII - XXIII (22-23) La conversione dell'innominato Avvertito dal cappellano crocifero dell'insolita e pericolosa visita, il cardinale Federigo, nonostante gli avvertimenti del religioso, accetta senza esitazione di vedere l'uomo. L'Innominato viene così subito introdotto nella stanza dove si trova il cardinale, ma rimane in silenzio, combattuto tra la vergogna per la sua umile posizione, per lui nuova, ed il desiderio di sfogarsi e trovare sollievo al tormento personale. Capita a prima vista la condizione del suo ospite, Federigo rompe il ghiaccio, ringrazia l'Innominato della visita e si dispiace apertamente per non essere stato lui a fare il primo passo. Parla poi all'Innominato del pentimento, della possibilità di divenire strumento di Dio, del perdono divino e della possibilità di raggiungere la tanto desiderata pace interiore. La commozione dell'ascoltatore diviene sempre più profonda e l'Innominato scoppia infine in lacrime. Federigo si avvicina all'uomo per abbracciarlo ma viene inizialmente evitato; l'Innominato non vuole che la mano innocente del cardinale si sporchi toccandolo. L'uomo, vinto infine dal senso di carità, cede, abbraccia il religioso e piange sulla sua spalla: è avvenuta la conversione. Provato subito refrigerio per l'anima nello sfogo personale, l'Innominato pensa poi alle terribili imprese che può ancora interrompere e racconta così al cardinale Federigo del rapimento di Lucia. Saputo il paese di origine della ragazza, il religioso, per non predere tempo, fa subito chiamare il cappellano e gli ordina di convocare il parroco del paese in cui si trovano e quello del paese di Lucia, Don Abbondio. Il sottoposto, stupefatto per il cambiamento osservato nell'Innominato, corre subito nella stanza dove si trovano i sacerdoti, annuncia l'avvenuta conversione del terribile uomo e chiama i due religiosi: il primo non esita a farsi avanti, mentre il secondo esita apertamente. Il cardinale chiede al parroco del paese di trovare una donna che faccia coraggio a Lucia durante la liberazione, a Don Abbondio chiede di prendere parte alla missione, per poter dare conforto a Lucia, mostrandole una faccia nota, e di far mandare anche un uomo a prendere Agnese al paesello. Il pauroso religioso tenta inutilmente di sottrarsi all'incarico proponendo anche di andare lui di persona a prendere la madre della giovane, non può però alla fine evitare di cedere all'insitenza del superiore. Vengono preparate due mule, per Don Abbondio e l'Innominato, ed una lettiga per trasportare la donna chiamata dal parroco del paese. Il piccolo gruppo di persone si mette quindi subito in viaggio; per uscire dal paese passa davanti alla chiesa, gremita di persone sia all'interno che all'esterno, e tutti, saputo della conversione dell'uomo, si accalcano intorno a loro pieni di lieta meraviglia, per riuscire ad intravedere il tiranno pentito. Durante tutto il viaggio verso il castello dove si trova prigioniera Lucia, Don Abbondio è immerso in cupi pensieri. Il religioso teme che la conversione dell'Innominato non sia veritiera, vorrebbe metterlo alla prova ma non osa rivolgergli la parola. Si lamenta di tutti quelli che hanno messo in pericolo il suo quieto vivere, Don Rodrigo, l'Innominato stesso e ad anche del cardinale Federigo, ed arriva infine a pentirsi di non aver celebrato il matrimonio tra i due giovani. La comitiva giunge finalmente al castello del tiranno pentito e tutti i bravi guardano con meraviglia il loro padrone, partito in modo insolito la mattina e tornato con dei compagni ancora più inusuali. L'uomo smonta dalla mula, fa scendere dalla lettiga la donna ed aiuta Don Abbondio a scendere a terra; Conduce infine i due ospiti verso la stanza dove è trattenuta Lucia.